domenica 24 febbraio 2013

Santo Rosario in lingua latina per il Papa e la Chiesa

mercoledì 27 febbraio 2013 ore 21 presso Chiesa di sant'Ignazio di Loyola - Piazza dello Spirito Santo a Pistoia

CHARLOTTE ACVP - ASSOCIAZIONE SANT'IGNAZIO DI LOYOLA PISTOIA - ASSOCIAIZONE MADONNA DELL'UMILTA' - GRUPPO DI PREGHIERA REGINA DELLA PACE

si riuniranno per recitare un Santo Rosario in lingua latina per il Papa e la Chiesa

Mentre in Africa e in Asia i cristiani vengono uccisi, in Italia se ne fregano anche dei principi non negoziabili

Laddove il sole cattolico splende
c'è sempre allegria e rosso buon vino.
Hilaire Belloc

Il cattolico deve portare la gioia, quanto è più vicino a Dio, tanto esce fuori l'amore, la gioia anche in questa valle di lacrime. La gioia viene da Dio, dalla consapevolezza che dopo la croce, c'è il sepolcro vuoto. Ai funerali ogni volta mi rimane negli orecchi questa canzone: "io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore". Il mio corpo vedrà...
Le singole cose, la terra, il sangue, tutto ci parla di Dio e attraverso tutto arriveremo a Dio, con piedi che sprofondano nel fango, ma occhi rivolti verso la Luce (per quanta nebbia ci possa essere).

La gioia esce dal cuore e prorompe nel modno, però talvolta bisogna essere duri, sì duri e concisi nel manifestare l'amarezza, il rimprovero per certi atteggiamenti. Specialmente quando gli atteggiamenti cattivi sono considerati buoni(sti), tendenti al dialogo, all'apertura, addirittura si fa riferimento a un concetto astratto di "amore" per gli astratti "altri". Cosa ben diversa dall'amore per il prossimo.

Come i farisei che erano detentori della Legge sono stati rimproverati aspramente da Gesù nei Vangeli, adesso mi auspico che qualcuno incominci a rimproverare i nuovi detentori della sapienza da salotto. Coloro che si adeguano ai tempi perchè i tempi cambiano, le abitudini mutano e le mezze stagioni spariscono. Coloro che dicono che la religione è una cosa privata, la politica è una cosa pubblica e quindi laica.

Spiegate a un cristiano che in Medio Oriente o in Africa va a Messa sapendo che alcuni signori armati potrebbero entrare, sparare a vista. Spiegate a chi potrebbe essere ucciso perchè porta un Crocifisso al collo. Spiegate a persone in carcere perchè non hanno rinnegato la propria fede. Spiegate a chi è stato ucciso perchè da ministro aveva cercato di difendere la libertà religiosa, spiegate a chi si è convertito al cristianesimo e ha automaticamente una condanna a morte sulla testa. A tutta questa gente spiegate dunque:

- Che in Italia ci sono cattolici, anche sacerdoti, che contestano la morale cattolica, dicendo che la Chiesa si dovrebbe adeguare ai tempi e accettare cose contronatura o blasfeme;
- Che nonostante il forte e continuo richiamo del Papa sui principi non negoziabili, la maggior parte dei cattolici impegnati in politica non parla dei principi non negoziabili o fa parte di schieramenti che esplicitamente li negano;
- Che cattolici voteranno partiti come il PD, SEL, Monti, Movimento 5 Stelle che sputano sentenze anticlericali, che vorrebbero tassare anche i campanili, che vanno più o meno esplicitamente contro il dritto naturale, specialmente contro la vita, la famiglia e  la libertà di educazione.
- Che cattolici vivono come se Dio non esistesse, non preoccupandosi minimamente del Papa e della Chiesa, ignorando volontariamente tutto quanto è scritto nel Catechismo, facendo come fanno tutti per non disturbare o scandalizzare (sic!).

Quando un cattolico italiano Domenica voterà pensando all'iphone, ipad, alla vacanza, al ristorante a cui deve rinunciare per colpa della crisi "economica", senza considerare minimamente se sta facendo la volontà di Dio, qualcuno in Africa e in Asia, pensando a come fare a dare da mangiare ai suoi figli, andrà alla Messa e sarà ucciso.
Quest'ultimo avrà la gioia perchè nella sua vita ha pensato sempre e solo a fare la volontà di Dio.

giovedì 21 febbraio 2013

LO ABBIAMO LASCIATO SOLO


Dopo il trambusto iniziale si riprendono i pezzi in mano e si incomincia a delineare un pensiero. Ecco, voglio descrivere i pezzi del puzzle che ho messo insieme e che mi hanno fatto riflettere (non capire, la storia farà capire ai posteri qualcosa, noi in queste ore possiamo solo percepire e cogliere alcuni segnali).
Ho riflettutto su quando troppo spesso alla Santa Messa ho visto tutto il contrario delle indicazioni date costantemente dal papa. Nessuno in ginocchio, poca adorazione, poco silenzio, canti che non facilitano la preghiera, verbosità del sacerdote, ecc...
Ho riflettuto su quando il papa aveva sconsigliato la creazione del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione: l'importante è che ogni battezzato, chierico o laico, faccia il suo dovere di cristiano secondo il proprio stato fra cui c'è proprio l'evangelizzazione: annunciare Dio perchè si ama, perchè si incontra nella preghiera. In questo modo il nostro amore per Dio si riversa sugli altri. Tutto questo fa meglio di qualsiasi commissione.
Come non detto il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione è stato creato. Mentre le omelie e le pastorali parrocchiali sono sempre incentrate su altro, ogni richiamo alla centralità della fede, allo spirito missionario è da tutti bollato come fondamentalismo, quindi per non rischiare discussioni meglio stare zitti. No?
Ho riflettuto sul fatto che il papa ha sempre parlato dei principi non negoziabili. Ma nessuno ne parla dall'altare, in politica, nei mass media, all'amico, parente, collega agnostico, ateo o indiffrente.
Potrei continuare per ore a parlare degli altri.
Ma soprattutto pensiamo a ognuno di noi, "cosa sto facendo oggi per Te"?
L'altro giorno recitando il rosario al primo mistero doloroso, l'orto degli ulivi, pensavo a Gesù che diceva: "non siete riusciti a vegliare nemmeno un'ora" e ho pensato a quando, anni fa, invece di pregare o di testimoniare passavo la giornata lavorando, poi vagando da un bar a un altro col drink in mano, magari leggevo anche un libro di filosofia cattolica, o addirittura un'Enciclica del papa, ma era tutto per sapere io, per "vivere" io, per apparire io.
Quanto in realtà ognuno di noi si è accorto che il mondo sta perdendo la fede, che la società va al macello, che i nostri figli si ritroveranno un mondo di vecchi? Non nel senso di saggi anziani, ma vecchi pervertiti, sfiduciati, inaciditi.
Il puzzle ricomposto mi ha allora detto questo:
Abbiamo lasciato solo il papa, solo come Gesù nell'orto degli ulivi. Lui, a differenza nostra non si è addormentato, ha vegliato, ha pregato. Ha visto collaboratori che fanno il contrario di quello che dice, un popolo di cristani tiepidi, un mondo governato dall'ignoranza, dall'apparenza. Lui ha considerato che bisognava essere forti per arginare da una parte la decadenza dell'occidente, dall'altra la disobbedienza dei battezzati, specialmete di alcuni molto in vista. Ha pensato a tutto questo, ha pregato e ha detto: sia fatta la Tua volontà.
E' accaduto perchè noi lo abbiamo lasciato solo. Ci sono delle divisioni e delle lacerazioni nella Chiesa perchè alcuni, da fuori e da dentro, la vogliono rendere come il mondo e il fatto che il papa, uomo di ottantacinque anni, sia rimasto solo lo dobbiamo vedere ciascuno di noi come una sconfitta.
Sconfitta per quando noi non siamo stati testimoni, per quando siamo andati a cercare altri magisteri che piacevano a noi o che ci facevano piacere al mondo.
Sì: non saranno tempi facili, non sarà più papa una persona a cui volevo bene non solo perchè Vicario di Cristo, ma per cui provavo un amore, un rispetto e un'ammirazione direi filiale. Però forse questo scossone ci voleva per svegliarci e per vegliare e pregare con la nostra amata Chiesa, l'unica ancora di salvezza, il cui Capo è Gesù.
Questo gesto di umiltà ci ha insegnato che per il bene delle Chiesa si fa tutto, anche qualcosa che può esser non capito o male interpretato dal mondo. Perchè siamo nel mondo ma non siamo del mondo. perchè soprattutto ci sono richieste obbedienza e umiltà.

Una vita degna di essere vissuta (per Salvatore Crisafulli)


 Fonte: ZENIT  http://www.zenit.org/it/articles/una-vita-degna-di-essere-vissuta?utm_campaign=Feed%3A+zenit%2Fitalian+%28ZENIT+Italiano%29&utm_medium=feed&utm_source=feedburner

La straordinaria vicenda umana di Salvatore Crisafulli nelle parole del fratello Pietro

Roma, 21 Febbraio 2013 (Zenit.org). Irene Bertoglio | 40 hits

«Quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile»: così affermava Giovanni Paolo II nell’Enciclica Evangelium Vitae. I frutti di tale mentalità si stanno manifestando tragicamente soprattutto nelle questioni di bioetica: in quale direzione si sta dirigendo il progresso scientifico? Quali sono i parametri per giudicarlo, riconoscendone anche le derive? Chi stabilisce i criteri di giudizio sulla qualità della vita o tra vite degne e vite indegne di essere vissute? Sono domande che interpellano le nostre coscienze. Il principio che attualmente non è più scontato sottolineare è la dignità della vita: essa non è mai inutile ma è sempre degna di essere vissuta e il suo valore prescinde dalle circostanze in cui ci troviamo.
I mass media diffondono l’idea che la vita abbia senso solo finché si è sani e in grado di autogestirsi. In una società in cui ciò che conta sembra essere solo il fattore estetico, diventa sempre più difficile accettare l’altro per quello che è, senza mettere in gara anche le sue capacità. Viene così affermato un concetto di qualità della vita che concepisce la dignità in senso discriminatorio e che non considera più ogni singola vita dotata di valore. Si sente spesso dire che le persone in condizioni gravi siano sempre pronti a richiedere che sia loro “staccata la spina”.
A questo proposito, spiega Mario Melazzini, medico di successo travolto dalla SLA (sclerosi laterale amiotrofica): «ci sono cento persone che, in nome di altre migliaia, invocano il diritto a essere riconosciute invalide, a essere ammesse alle sperimentazioni, a essere prese in carico, ma nessuno se ne accorge. Poi c’è uno che evoca la morte come un diritto e non si parla d’altro». Proprio sull’etica di fine-vita, Giovanni Paolo II osservava che «gravi minacce incombono sui malati inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale che, rendendo più difficile affrontare e sopportare la sofferenza, acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con l’anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno».
Salvatore Crisafulli aveva testimoniato in un bellissimo libro la sua storia, diventando simbolo delle battaglie del Movimento per la Vita italiano: nel settembre 2003, all’età di 38 anni, fu travolto da un furgone insieme al figlio tredicenne. La diagnosi è di stato vegetativo post-traumatico: viene portato in Toscana a casa del fratello Pietro, dove poi avverrà il risveglio. Salvatore ci ha lasciati ieri dopo aver sostenuto la dignità della vita in qualsiasi condizione, come testimonia in un passo di questa intervista, insieme al fratello.
Nelle parole commoventi di Salvatore ritroviamo un forte senso della propria dignità e del proprio valore umano, unico e irripetibile, come ci ricorda il Cardinal John Henry Newman: «qualsiasi cosa e dovunque io sia, non posso mai essere buttato via. Se sono ammalato, la mia malattia può servire a Lui; se sono nel dolore, il mio dolore può servire a Lui. La mia malattia, o perplessità, o dolore possono essere cause necessarie di qualche grande disegno il quale è completamente al di sopra di noi. Egli non fa nulla inutilmente; può prolungare la mia vita, può abbreviarla; sa quello che fa. Può togliermi gli amici, può gettarmi tra estranei, può farmi sentire desolato, può far sì che il mio spirito si abbatta, può tenermi celato il futuro, e tuttavia Egli sa quello che fa».
Con gli occhi sbarrati è il libro scritto da Salvatore attraverso gli occhi e un computer con appositi sensori. Quanto tempo ha impiegato per scrivere il suo libro? Cosa ha sostenuto questo immenso sforzo?
Pietro Crisafulli: Prima che Salvatore terminasse di scrivere la sua esperienza è passato quasi un anno, durante il quale noi fratelli ma anche nostra madre gli siamo sempre stati vicini. Lo sforzo di Salvatore è stato possibile grazie all’aiuto di tutti noi fratelli, che non lo abbiamo mai lasciato solo, neanche per un attimo.
Quando Salvatore si sveglia, si rende conto che tutti lo ritengono incosciente, compresi i suoi famigliari. Vive così la drammatica esperienza di non poter comunicare, mentre riesce a sentire perfettamente tutto ciò che viene detto, comprese le parole dei medici che, a proposito del movimento dei suoi occhi o del suo pianto, affermano che sono soltanto riflessi incondizionati involontari. Quando avete cominciato ad avere il sospetto che fosse cosciente?
Pietro Crisafulli: Quasi fin da subito. Dopo che abbiamo portato Salvatore a casa mia, in Toscana, ci siamo accorti, accudendolo giorno e notte, che sembrava reagire ai nostri stimoli. Apriva e chiudeva gli occhi a comando e piangeva spesso. Più volte abbiamo interpellato i medici, portandolo in camper anche nei migliori centri dell’Europa, per accertare le reali condizioni di Salvatore, ma loro dicevano sempre la stessa cosa: che era un vegetale, una foglia di lattuga. Una sera, stanchi di aspettare un ricovero in ospedale che non arrivava mai, ci riunimmo tutti a casa mia, dove vivevo prima a Monsummano Terme. C’eravamo io, mia madre, mia moglie, mio fratello Marcello e un cugino. Decidemmo di mettere alla prova Salvatore. Gli chiedemmo di aprire gli occhi se ci sentiva. Lui li aprì. Poi cominciammo a fargli tante domande. Lui doveva rispondere sì o no semplicemente aprendo o chiudendo gli occhi. Così accertammo che Salvatore c’era, era presente e capiva tutto. Ma per la scienza medica europea erano riflessi incondizionati, in poche parole si trattava di nostre illusioni.
Nel viaggio del lettore attraverso le pagine sembra di vivere insieme a Salvatore tutti i momenti drammatici di questa incredibile storia. Oltre all’angoscia da lui provata, viene descritta molto bene la condizione di estrema solitudine e di povertà in cui tutta la vostra famiglia si è ritrovata. Ad esempio, per ritardi burocratici, non viene riconosciuta la pensione di invalidità a Salvatore. Come avete trovato la forza per andare avanti?
Pietro Crisafulli: Nell’amore che ci unisce tutti e che tutti proviamo per Salvatore. Abbiamo fatto di tutto, anche l’impossibile. Dovevamo lottare per lui, perché arrenderci significava condannarlo a rimanere per sempre un vegetale, come dicevano i medici, se non a morte certa.
Lei e l’altro vostro fratello, Marcello, avete rinunciato al vostro lavoro per seguire Salvatore. Durante il periodo di rianimazione durato 53 giorni, avete anche dormito sulle panche della sala d’attesa. Nel suo libro, Salvatore non smette mai di fare riferimenti alla dedizione con la quale è stato da lei accudito. Diversi sono i passaggi di questa testimonianza: «Io e Pietro eravamo molto uniti e ci facevamo forza l’un l’altro, siamo diventati indivisibili e lo siamo rimasti fino ad oggi»; «l’altro giorno (Pietro) è arrivato nella mia stanza tutto contento portando con sé un materasso antidecubito». E ancora: «ha sistemato la telecamera davanti al mio letto, che trasmette la mia immagine sugli schermi di alcuni televisori sistemati in ogni stanza della casa. Non mi perde d’occhio un attimo, neanche di notte»;  «per acquistare i macchinari necessari per curarmi Pietro ha dato fondo a tutti i suoi risparmi». Potremmo andare avanti con questi esempi all’infinito. Quanto è importante la relazione d’amore in casi come questi? Quanto vi ha sostenuto il ruolo giocato da vostra madre?   
Pietro Crisafulli: Vorrei precisare che dopo i primi 53 giorni di rianimazione ci sono stati altri 81 giorni di rianimazione in un altro ospedale: la bellezza di oltre 4 mesi in rianimazione. Certamente senza l’amore che ci unisce non avremmo mai portato Salvatore a casa, e mai avremmo scoperto che era cosciente. È stato con la vicinanza e con le cure continue che gli abbiamo prestato che ci siamo accorti che Salvatore capiva tutto. Nostra madre è stata la prima a crederci, non si è mai arresa, neanche quando i grandi luminari ci dicevano che per Salvatore non c’era niente da fare. Lei non ha mai smesso di lottare. Il ruolo di mia madre Angela è stato fondamentale.
Salvatore fa molti richiami alla preghiera: «Prego Dio di aiutarmi» (p. 35), «trascorro il tempo ad osservare i miei famigliari, a pregare e a dormire» (p. 36), «prego Dio che sblocchi questa situazione» (p. 47), «Signore, fa che serva a qualcosa» (p. 60), «ho pregato tanto, per l’ennesima volta ho chiesto al Signore di aiutarmi. Pietro e mia madre mi hanno promesso che mi porteranno ancora in Chiesa e che d’ora in poi ci andremo tutte le domeniche». Quanto è stata importante la fede?
Pietro Crisafulli: A casa mia siamo molto legati alla patrona di Catania, Sant’Agata. Abitavamo proprio nel centro storico e per noi la festa di sant’Agata è sempre stata un grande evento, al quale abbiamo sempre portato Salvatore dopo l’incidente. La fede può essere un sostegno in momenti terribili come quelli che abbiamo vissuto.
In ogni pagina del libro emerge il grande desiderio di Salvatore di vivere. C’è stato un momento in cui lei ha pensato di urlare al mondo: o mi aiutate o uccido Salvatore. Nel suo racconto, Salvatore scrive: «Vorrei supplicarlo di non farmi del male, di lasciarmi vivere. Non voglio morire, voglio vivere […] Ragazzi, dico col pensiero, aspettate, non fate sciocchezze». Quante volte sentiamo dire superficialmente dalla gente: «se io fossi in quelle condizioni, vorrei morire!». Crede che la testimonianza di Salvatore possa essere una chiara battaglia contro il fronte dei sostenitori dell’eutanasia e del testamento biologico?
Pietro Crisafulli: La storia di Salvatore dimostra che anche la scienza può sbagliare e che quelle che ci vengono propinate come certezze a volte non lo sono affatto. La testimonianza di Salvatore vuole aiutare tutte le persone nelle sue condizioni: in Italia ce ne sono centinaia paralizzate, con la sindrome di Locked-in, in stato vegetativo, che vengono accudite a casa dai familiari, che non hanno nessun aiuto dallo Stato e dalle istituzioni. Non è accettabile che persone in queste condizioni vengano abbandonate a sé stesse. Chi lotta per la vita dovrebbe mettere al primo posto l’aiuto verso questa gente. La storia di Salvatore dimostra con certezza che dallo stato vegetativo è possibile uscire. In merito all’eutanasia lo stesso Salvatore si è ampiamente esposto, addirittura intervenendo con una sua diretta testimonianza che le faccio pervenire per correttezza: «Dal mio letto di quasi resuscitato alla vita cerco anch’io di dare un piccolo contributo al dibattito sull’eutanasia. Il mio è il pensiero semplice di chi ha sperimentato indicibili sofferenze fisiche e psicologiche, di chi è arrivato a sfiorare il baratro oltre la vita, ma ancora vivo, di chi è stato lungamente giudicato dalla scienza di mezza Europa un vegetale senza possibile ritorno tra gli uomini e invece sentiva irresistibile il desiderio di comunicare a tutti la propria voglia di vivere. Durante quegli interminabili anni di prigionia nel mio corpo intubato e senza nervi, ero io il muto o eravate voi, uomini troppo sapienti e sani, i sordi? Ringrazio i miei cari che, soli contro tutti, non si sono mai stancati di tenere accesa la fiammella della comunicazione con questo mio corpo martoriato e con questo mio cuore affranto, ma soprattutto con questa mia anima rimasta leggera, intatta e vitale come me la diede Iddio. Ringrazio chi, anche durante la mia "vita vegetale", mi parlava come uomo, mi confortava come amico, mi amava come figlio, come fratello, come padre. Ma cos’è l’eutanasia, questa morte brutta, terribile, cattiva e innaturale mascherata di bontà e imbellettata col cerone di una falsa bellezza? Dove sarebbe finita l’umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d’occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità? E invece tu, caro Pietro, sfidavi la scienza e la statistica dei grandi numeri e ti svenavi nel girovagare con me in camper per ospedali e ambulatori lontani. E urlavi in TV minacce e improperi contro la generale indifferenza per il mio stato di abbandono. E mi sussurravi con dolcezza di mamma la ninna-nanna di "Caro fratello mio", per me composta, suonata, cantata e implorata come straziante grido d’amore, ma non d’addio. Vi ricordate di quel piccolo neonato anancefalico di Torino, fatto nascere per dare inutilmente e anzitempo gli organi e poi morire? Vi ricordate che dalla sua fredda culla d’ospedale un giorno strinse il dito della sua mamma, mentre i medici quasi sprezzanti spacciavano quel gesto affettuoso per un riflesso meccanico, da avvizzita foglia d’insalata? Ebbene, mamma, quando mi coprivi di baci e di preghiere, anch’io avrei voluto stringerti quella mano, rugosa e tremante, ma non ce la facevo a muovermi né a parlare, mi limitavo a regalarti lacrime anziché suoni. Erano lacrime disprezzate da celebri rianimatori e neurologi, grandi "esperti" di qualità della vita, ma era l’unico modo possibile di balbettare come un neonato il mio più autentico inno all’esistenza avuta in dono da te e da Lui. Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita da finta dolcezza. Credetemi, la vita è degna di essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. Intorno a me, sul mio personale monte Calvario, è sempre riunita la mia piccola chiesa domestica composta da Mamma Angela, Marcello, Pietro, Santa, Francesca, Rita, Mariarita, Angela, Antonio, Rosalba, Jonathan, Agatino, Domenico, Marcellino: si trasfigurano ai miei occhi sbarrati nella Madonna, nella Maddalena, nella Veronica, in Sant’Agata in San Giovanni, nel Cireneo. Mi bastano loro per sentirmi sicuro che nessun centurione pagano oserà mai darmi la cicuta e la morte».
Commovente. Gli anni passano e altre vicende famigliari fanno sprofondare la vostra famiglia in forte depressione. La lotta per la vita non è sempre sicura, ma segue un corso tormentato: cosa vi ha dato la forza di continuare, nonostante tutto?
Pietro Crisafulli: L’amore nei confronti di Salvatore. Dopo che la sua storia è diventata “famosa”, tante persone ci hanno contattato, tante famiglie di pazienti che vivono come lui o similari. Persone che volevano raccontare la loro esperienza, che chiedevano consigli e aiuto. Gettare la spugna avrebbe significato abbandonare non solo Salvatore, ma anche tutta la battaglia che è nata intorno alla sua voglia di vivere.
La storia di Salvatore è molto importante per il fronte per la vita. Fa riflettere soprattutto quando, riferendosi a Terri Schiavo, scrive: «Anche nel mio caso è la mia famiglia che sostiene che sono cosciente e i medici, invece, ribattono che non è possibile […] Mi chiedo se per caso non significhi proprio questo essere in stato vegetativo permanente, cioè capire tutto e non poterlo dimostrare agli altri e vivere nell’incubo di essere considerato un vegetale». Voi avete fondato un’associazione per aiutare tutte le persone che si sono trovate nelle condizioni di Salvatore. Cosa chiedete alla sanità italiana?
Pietro Crisafulli: Tante famiglie adesso si rivolgono a noi. Per amore di Salvatore abbiamo fondato l’associazione Sicilia Risvegli Onlus, in collaborazione con la Fondazione Terri Schindler Schiavo, che ha come obiettivo quello di aiutare le persone e le loro famiglie vittime di gravi e gravissime lesioni cerebrali, traumatiche e non traumatiche, responsabili di stati di grande dipendenza fisica. Ciò include le persone in fase di risveglio, in stato di minima coscienza, in stato vegetativo breve o prolungato, con locked-in sindrome (che si risvegliano con funzioni cognitive preservate, ma con deficit fisici maggiori, costrette a comunicare tramite codici motori SI/NO, come i movimenti oculari o quelli di una parte del corpo). L’attività primaria dell’associazione è integrata da azioni di sensibilizzazione e di informazione dell’opinione pubblica, dei mass media, delle autorità politiche e amministrative, del personale medico e paramedico, del mondo scientifico e accademico. Abbiamo un grande sogno: costruire un centro risvegli in Sicilia. In particolare chiediamo di non abbandonare le persone come Salvatore, che devono invece essere curate a casa e avere tutto il sostegno possibile (medici, attrezzature, aiuti economici) per poter continuare ad avere una vita dignitosa.
[Questa intervista, realizzata pochi mesi prima della morte di Salvatore Crisafulli, sarà pubblicata nell’e-book Interviste ai maestri – volume II (Leo Libri), di imminente uscita, a cura di Irene Bertoglio]

sabato 16 febbraio 2013

La donna è per natura la creatura che dona la gioia di vivere

 FONTE : ZENIT http://www.zenit.org/it/articles/la-donna-e-per-natura-la-creatura-che-dona-la-gioia-di-vivere

Roma, 16 Febbraio 2013 (Zenit.org). Irene Bertoglio | 40 hits

Si sente spesso ripetere che preti e suore non dovrebbero esprimersi sull’educazione dei figli in quanto privi dell’esperienza della genitorialità. Questa critica non tiene conto della maternità e della paternità spirituale che, a volte, avrebbe davvero moltissimo da insegnare ai genitori biologici.
Il primo compito della madre è quello dell’accoglienza, la capacità di ricevere l’altro come un dono e un mistero prezioso con gratuità e riconoscenza. Chi, meglio di Madre Teresa di Calcutta, ha saputo accettare, accogliere e sacrificarsi per amore? I suoi non sono stati certamente figli di sangue, ma sono stati tutti figli del suo cuore. Non per niente il Premio per le madri d’Europa assegnato dal Movimento per la Vita lo scorso dicembre portava come titolo il suo nome.
Nella nostra attuale società i ruoli si stanno vistosamente invertendo: padri non più in grado di assumere decisioni e carenti di virilità, donne “gendarmi” che scimmiottano le caratteristiche prettamente maschili... Ecco perché in questa sede è opportuno ricordare a tutte le donne l’insegnamento di Madre Teresa: «Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l’espressione della bontà di Dio».
Come? Quali sono le credenziali della donna? «Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto […] Offri sempre un sorriso gioioso. Dà non solo le tue cure ma anche il tuo cuore». Nella loro semplicità queste parole di Madre Teresa esprimono la vera necessità dei nostri tempi; basta guardarsi intorno per vedere quanti bronci e quanta mancanza di tenerezza colmino certi volti di donna, certi volti di madre.
Secondo Madre Teresa bisogna invece condividere la gioia di amare e la gioia di condividere: «la gioia brilla negli occhi, esce attraverso le parole e va… Quando le persone vedranno una felicità continua nei vostri occhi, farà loro scoprire di essere figli amati da Dio. Senza la gioia non c’è amore e l’amore senza gioia non è vero amore». Ma come possiamo offrire sorrisi autentici e carichi di affetto se il nostro cuore è una tomba?
Madre Teresa non amava usare termini intellettuali, ma esprimeva molto bene il concetto di individualismo che oggi troneggia, sapendo che al mondo ci sono degli ammalati non infermi nel corpo, ma nell’anima, che spesso vogliono ammalarsi sempre di più: «c’è moltissima sofferenza nel mondo. La sofferenza materiale è la sofferenza di chi ha fame, di chi non ha una casa, di chi è malato, ma continuo a ritenere che la sofferenza più profonda sia quella di chi è solo, di chi non si sente amato, di chi non ha nessuno. La peggior malattia che un essere umano possa mai sperimentare è quella di non essere considerato».
La sensazione che qualcuno ci ami: ecco qual è la missione della madre. La donna è per natura la creatura che dona la gioia di vivere, la speranza, la sua tenera carezza d’amore. A questo proposito, la piccola matita di Dio, racconta un aneddoto: «Non dimenticherò mai quel giorno. Stavo camminando sulle strade di Londra quando incontrai un uomo apparentemente solo, così solo, così triste. Mi avvicinai, gli presi la mano e gliela strinsi (le mie mani sono sempre calde), lui mi guardò e disse: “Oh, dopo tanto, tanto tempo sento il calore di una mano umana”. Per molto tempo nessuno l’aveva toccato, nessuno gli aveva dimostrato amore: divenne una persona completamente diversa. Mi diede un così grande e bel sorriso perché sentì il calore dell’amore. Per questo dovete pregare affinché impariate questo dono di Dio… poiché Dio vi ha creati per questo. Niente di complicato. Dio ci ha creati per amare, ci ha donato un cuore per amare, perciò usate questo dono di Dio condividendo la gioia di amare concretamente».
Usa proprio il termine concretamente, perché amare non è semplicemente seguire la ricetta dello sperperare sorrisi (avete presente quelle giornate talvolta indette per abbracciarsi fra sconosciuti, senza impegno, senza senso?): «Quando moriremo saremo giudicati per quello che siamo stati gli uni per gli altri. Egli ha detto: “Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero ignudo e mi hai rivestito, non avevo una casa e mi hai offerto un tetto. Se accogli un bambino in Mio nome, tu accogli Me”».
Guardare negli occhi con gli occhi di chi guarda Dio. Non è facile amare come Dio ci chiede. Molte madri, spesso condizionate dall’ignavia di chi le sta accanto, decidono di sottoporsi alla disumana pratica dell’aborto, anche per evitare di assumersi le responsabilità che l’amore comporta. Altre madri vivono mettendo i figli in secondo piano, facendo prevalere il proprio ego e rinnegando il proprio ruolo di delicatezza e accoglienza: «L’amore, per essere vero, deve costare fatica, deve fare male, deve svuotarci del nostro io». Ci vuole coraggio per dare, per donarsi totalmente e pienamente senza riserve all’altro, specialmente ai più indifesi, che non hanno nulla da ricambiare. Dove trovare una fonte e una riserva per questa meravigliosa missione? Dal Fornitore di amore più grande, l’Amor che move il sole e l’altre stelle

giovedì 14 febbraio 2013

La Dottrina sociale della Chiesa: un'introduzione


L’ANNO DELLA FEDE: CONOSCERE E VIVERE CIO’ IN CUI CREDIAMO

L’associazione Charlotte ACVP, che ha come fine la realizzazione di film o spot, o conferenze, per analizzare tematiche socio-culturali alla luce delle soluzioni che ad esse dà la dottrina sociale della Chiesa, in collaborazione con ALLEANZA CATTOLICA e l'Associazione Sant'Ignazio di Loyola - Pistoia, produrrà una serie di incontri intitolata L’ANNO DELLA FEDE: CONOSCERE E VIVERE CIO’ IN CUI CREDIAMO. Il progetto consiste in una serie di conferenze che innanzitutto illustrino i motivi per cui è stato indetto l’Anno della fede dal Santo Padre Benedetto XVI alla luce del Magistero, poi, in ossequio all’invito del Papa, spieghino il Credo e il Catechismo della Chiesa cattolica, la liturgia, il Magistero e la dottrina sociale della Chiesa ossia quello in cui crediamo e come vivere ogni giorno la nostra fede.
Il Professor Massimo Introvigne ha introdotto la serie di incontri con appunto la spiegazione di cos’è l’Anno della fede e dei motivi per cui è stato indetto.
Il prossimo incontro sarà venerdì 15 febbraio 2013 ore 21,30 presso l'oratorio di San Gaetano, presso la Parrocchia di San Paolo in Corso Silvano Fedi a Pistoia, con l'Avv. Andrea Gasperini che tratterà il tema "La Dottrina sociale della Chiesa: un'introduzione". 
 

lunedì 11 febbraio 2013

È possibile amare come ci ama Dio?

 Fonte: http://www.zenit.org/it/articles/e-possibile-amare-come-ci-ama-dio

 Roma, 09 Febbraio 2013 (Zenit.org). Irene Bertoglio | 235 hits


L’amore si svela nella misura in cui puoi essere pienamente te stesso, puoi permetterti di essere esattamente ciò che sei e accogliere l’altro interamente: amore è quando puoi guardare tua moglie o tuo marito sapendo cosa lui è stato e rimanendo lì, standogli accanto anche quando l’altro non può darti quello che vorresti.
Il marito che per anni, giorno e notte, resta vicino alla sua donna, magari paralizzata, si fa carico di lei, porta il suo nome. Il nome dà l’identità, segna una particolarità, indica una missione. Il mio, ad esempio, è di origine greca e significa “pace”.
Quando ci chiamiamo per nome instauriamo una relazione perché il nostro parlare è in relazione con la nostra vita. Dio desidera che qualcuno pronunci il tuo nome in modo non vano, non banalmente. Ecco perché quando ci si sposa si afferma: «Accolgo te, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia».
Ci si carica il peso dell’altro sulle spalle: accolgo te come mistero, accolgo te anche in quella tua parte che tu preferiresti nascondere e che io non vorrei vedere. Questa è l’essenza del rapporto tra uomo e donna: giocare tutto, dare tutto.
Perché Dio ci chiede così tanto? Perché Lui stesso ha scelto il modo più doloroso e più folle di amare: la croce. Il nostro è un Dio crocifisso che, nel Suo amore, si è rivelato nell’esperienza dell’umanità e della carne attraverso la croce e ci chiede di amare nello stesso modo in cui Lui ci ha amati, in cui Lui ha amato te!
Paul Claudel ha scritto: «Ci piacerebbe una religione portafortuna. Il segno del cristianesimo, però, non è un quadrifoglio, ma una croce». Nella nostra società tante persone cercano di riscoprire una spiritualità, perché il cuore dell’uomo anela all’infinito. Ma troppe volte risulta più comodo aderire a qualche filosofia new age, meno impegnativa, o ad un cristianesimo dimezzato: prendo il concetto che mi piace, il resto lo scarto.
Gesù si è compromesso fino in fondo: ti chiede tutto perché ha dato tutto. Ha accolto te per quello che sei, malgrado quello che sei, con il tuo bagaglio di errori. E ha accolto il progetto di amore che è passato attraverso la Sua vita. Sai quanto vali tu, agli occhi di Dio? Il sangue di Cristo. San Paolo ha detto: «Abbiamo tesori in vasi di creta» (2Cor 4). Dio ti chiede di ricordarti del Suo amore, di non dimenticarti del tuo valore e della tua dignità. Sei chiamato a qualcosa di grande!

lunedì 4 febbraio 2013

Testimonianza di Gianna Jessen raccolta da Irene Bertoglio

fonte: ZENIT 

Permalink: http://www.zenit.org/article-35481?l=italian

Ogni donna è degna di essere amata da uomini coraggiosi e fedeli nella lotta per la vita

La testimonianza di Gianna Jessen commuove i biellesi

Irene Bertoglio
BIELLA, Monday, 4 February 2013 (Zenit.org).

La legalizzazione dell’interruzione di gravidanza non è altro che l’autorizzazione data all’uomo, con l’avallo della legge, a privare della vita l’uomo non nato e, dunque, nell’impossibilità di difendersi.
Irene Bertoglio
Un bimbo concepito nel seno della madre è un essere indifeso che invece attende di essere accolto e aiutato. Ma aiutata deve essere anche la donna. È lei infatti che paga il prezzo più elevato non solo per la maternità, ma ancor più per la distruzione di essa, cioè la soppressione della vita del bimbo concepito.
L’uomo non deve mai lasciarla sola e deve liberarla dalle intimidazioni del’ambiente che la circonda. Se viene aiutata dall’uomo la donna è capace persino di atti di eroismo. E se viene lasciata sola, in suo aiuto può correre un Dio che con un soffio nascosto può persino ridare vita al nascituro che si tenta di uccidere.
È questo uno dei tanti messaggi lanciati dalla statunitense Gianna Jessen, ospitata dal Movimento per la Vita di Biella la sera del 1° febbraio scorso, per una serata commovente e appassionata. ZENIT era presente in mezzo a una platea numerosissima di circa 800 persone. Spiegano gli organizzatori che l’obiettivo del convegno è quello di smuovere le acque nell’indifferenza generale che la nostra società attua nei confronti del non nato: Gianna, a cui è liberamente ispirato il film October baby, è sopravvissuta a un tentativo di aborto salino compiuto in America al settimo mese e mezzo di gravidanza. La sua storia è però anche un’occasione per contestare la cultura della morte tout court, per dichiarare la difesa della vita fin dal suo concepimento nel grembo materno.
Gianna Jessen
Abbiamo conosciuto Gianna due anni fa, quando, davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, ha testimoniato con grinta e anticonformismo la propria esperienza. Ci si aspetta nella serata di Biella lo stesso entusiasmo anticonvenzionale, che non si fa attendere: «Ciao! Credo nell’essere completamente se stessi perché questo è il modo più libero di vivere: non è facile ma è più interessante. Nella Bibbia si legge più volte che la paura che l’uomo prova è una trappola: io a volte ho paura ma tento di andare avanti». Con questa introduzione, Gianna spiega da subito di avere 35 anni e una paralisi cerebrale; racconta di sé alternando fatti a considerazioni personali: «i medici dicevano che non sarei mai riuscita a tenere su la testa o a gattonare: amo servire un Dio che ancora oggi fa camminare gli zoppi!».
Racconta della paradossale dinamica in cui è nata: «l’aborto salino consiste nell’iniettare una soluzione che brucia il bambino, va ad accecarlo, lo soffoca ed entro 24 ore la madre partorisce un bambino morto: tranne che nel mio caso!». E con tono orgoglioso aggiunge: «Io non sono morta!». Di fronte agli applausi della gente sorride ed esclama: «Grazie! I’m happy too!».
Si rivolge innanzitutto agli scettici, questa piccola grande donna, dicendo di possedere le cartelle cliniche in cui è stato certificato che è «nata per aborto salino» e che sa chi è il suo medico abortista, in quanto ha dovuto firmare il suo certificato di nascita: «quella mattina il medico è arrivato in ritardo e l’infermiera è riuscita a salvarmi chiamando un’ambulanza. Lui mi avrebbe uccisa perché mi avrebbe considerato senza valore, ma Gesù la pensava diversamente e lo ha tenuto lontano».
Oggi, dopo tanti anni, la clinica in questione sta chiudendo i battenti. Il 5 agosto 2002, Bush firmò un atto per la protezione dei bambini: chi sopravvive all’aborto deve ricevere cure mediche. Obama ha votato contro questa legge. Mentre Gianna parla ci accorgiamo di quanto rifiuto d’amore abbia dovuto subire questa “bambina di Dio”, eppure ci sentiamo dire: «Non ho avuto un’adozione facile, ma non sopporto il pensiero vittimista, perché se mi penso come una vittima divento prima di tutto schiava internamente e poi sostengo la creazione di una cultura di vittime che iniziano a gridare per essere governate e dominate. La libertà a volte è considerata dall’uomo come una responsabilità troppo grande e la tirannia è in questo modo facilitata, ma questo è un inganno: siamo nati per essere liberi!».
Nella casa di affidamento, Gianna non è stata voluta e ha trascorso ore chiusa in una stanza, finché non è stata trasferita in un’altra casa: «dicevano che ero un peso morto, ma Penny (la mia nuova madre adottiva), cominciò a pregare e si occupò della mia fisioterapia per ben tre volte al giorno. Oggi zoppico e ogni tanto cado, ma con molta grazia». Il modo di porsi di Gianna ci trasmette simpatia: è brillante, ha un sorriso ricco di amore e un viso dolcissimo, e la sua lucidità mentale è travolgente: «le gambe che non funzionano sono un bellissimo deterrente per uomini che non valgono nulla!».
Il discorso sugli uomini si fa interessante: «Noi immaginiamo spesso Gesù quasi come un effemminato; lui è sì gentile e amorevole, ma è anche un guerriero! Non stava lì a supplicare le persone affinché lo ascoltassero, ma era coraggioso. Noi dobbiamo permettere ai nostri uomini di essere più uomini, creati per proteggere donne e bambini, non per usarci e abbandonarci». Ora Gianna si rivolge a loro direttamente: «Se tu, uomo, hai usato le donne e le hai maltrattate, non devi per forza essere quell’uomo ancora. Non è per questo che sei stato creato. Gli uomini veramente attraenti sono quelli coraggiosi e fedeli, quelli che combattono per ciò che è buono e giusto. Forse i tuoi esempi di uomo non sono stati così: tu puoi essere il primo fedele, che fa cambiare le cose in famiglia».
Dice poi al gentil sesso: «Mi azzardo a dire che troppe donne non sanno di essere degne di amore: forse nessuno ve lo ha detto prima, forse i vostri genitori vi hanno ignorato. Ma voi siete amate da Dio! Noi non siamo state create per implorare di essere amate, siamo già degne di amore». In questo momento ci vengono alla mente le parole di Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò mai».
Si fa intensa Gianna, perché è il suo cuore che parla: «non ho mai avuto veramente un padre. Il mio padre adottivo era un architetto di successo, ma era assente. Così mi sono messa a mendicare amore in tutti i modi possibili. Se avete avuto una brutta relazione con vostro padre, forse prima di uscire con un uomo dovreste curarvi la ferita. Io ho fatto così e per cinque anni non sono uscita con nessun uomo».
Prosegue raccontando che un giorno decise di allenarsi per un anno intero per poter svolgere una maratona di circa 40 km, correndo sulle dita dei piedi: «Quando ho corso la gara mi sono resa conto di farlo perché desideravo che qualcuno mi riconoscesse, imploravo che qualcuno mi notasse. Quando zoppichi ti dicono continuamente che sei speciale» - lo ripete quattro volte («speciale, speciale, speciale, speciale!») - poi prosegue: «… ma sembri non essere abbastanza per essere amata». Dopo una pausa e un sospiro, riprende: «Ma io sono degna… tutte le donne sono degne di essere amate dell’amore più elevato, più alto, più appassionato! Nessun uomo può dirvi quello che dovete essere: solo Dio».
A parer suo, per dirsi tale, un uomo nei confronti della sua donna deve essere disposto a morire. «Io non voglio la mediocrità: voglio tutto ciò che Dio volesse avessi quando mi ha “progettata”. Le persone cercano di svergognarmi, ma io resisto perché non sono nata per vivere nella vergogna. Gesù è il mio Creatore e non mi fa vergognare di nessuno: la vergogna non guarisce, la Grazia sì». Dal pubblico qualcuno le domanda se non sente la necessità di ottenere giustizia: «ho perdonato mia madre perché una vita trascorsa nell’amarezza non è vita e voglio essere una vera cristiana. È stato pagato un prezzo da Gesù per l’ingiustizia: la grazia può essere data e lascio il resto a Dio». Qualcun altro le chiede come ha incontrato il Cristianesimo e lei risponde che l’ha conosciuto tramite l’amore della sua madre adottiva. Sull’aborto, spende ancora qualche parola: «È un’incredibile arroganza quando le persone in salute pensano che i più deboli e più vulnerabili non siano degni di valore e vorrebbero decidere per la loro vita e per la loro felicità». Continua: «spesso si sente dire che l’aborto è giusto e ammissibile nel caso di abusi e violenze, ma questi rappresentano solo l’1% dei casi e sono strumentalmente usati per giustificare gli altri 99%, che vengono invece praticati per convenienza».
Un consiglio che Gianna rivolge a noi italiani, dimostrando di conoscere a fondo anche certi nostri difetti, è questo: «Quando prendi posizione in favore della vita è importante farlo nell’unità, nonostante le differenze: lavorare insieme, non in modo separato. Questo è il motivo del grande successo del Movimento per la Vita in America». Tornando alle nostre case, oltre ad un sentimento di gratitudine, siamo sempre più convinti che, come mirabilmente spiegò Camus, «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

domenica 3 febbraio 2013

8 febbraio PRESENTAZIONE PUBBLICAZIONE ATTI DEL CONVEGNO Augusto Del Noce: cultura e politica di fronte al suicidio della rivoluzione

 PRESENTAZIONE PUBBLICAZIONE ATTI DEL CONVEGNO Augusto Del Noce: cultura e politica di fronte al suicidio della rivoluzione

Il Comitato per il centenario della nascita di Augusto Del Noce, in collaborazione con Alleanza Cattolica e l'Associazione John Locke di Pistoia, il 16 maggio 2010 ha organizzato il convegno “Augusto Del Noce: cultura e politica di fronte al suicidio della rivoluzione”, in occasione della ricorrenza del centenario della nascita del filosofo, avvenuta a Pistoia nel 1910.
Ricordare Augusto Del Noce è interessante in quanto il suo pensiero è un’analisi dell’epoca contemporanea, negli aspetti filosofici, religiosi e politici, necessaria per comprendere il nostro presente: è stato stato un profeta inascoltato delle vicende politiche e culturali italiane degli ultimi anni.     
Convinto che ogni posizione culturale discende necessariamente dalle scelte filosofiche di fondo, e che la politica ne è  la realizzazione, investigò profondamente la storia della filosofia moderna, evidenziando i percorsi logici e stringenti che stavano a monte delle idee politiche del ‘900. 
Con queste premesse metodologiche affrontò il problema della secolarizzazione della società e dell'ateismo, e individuò e descrisse quel processo, che definì “suicidio della rivoluzione”, che portò all'esito nichilista dell’incontro tra ideologia comunista e spirito  borghese.
Sono intervenuti Rocco Buttiglione, Giovanni Cantoni, Massimo Introvigne, Mauro Ronco, Maurizio Schoepflin, Lucia Palumbo, Lavinia Peserico e con una comunicazione di Mons. Antonio Livi che è stata letta dal Dott. Franco Biagioni che ha presentato il convegno.
Il convegno è stato realizzato con il contributo di: Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Fondazione Giorgio Tesi, Ottica Bruni Aligi e Agraria Checchi Silvano.
Nel 2012 gli atti del convegno sono stati pubblicati dal Comitato con il patrocinio della stessa Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.
Venerdì 8 febbraio 2013, alle 21,15, presso il Centro Monteoliveto in Via Bindi n. 16 a Pistoia, Mons. Antonio Livi,  Professore emerito della Pontificia Università Lateranense, presenterà la pubblicazione degli atti del convegno in una serata organizzata in collaborazione con l'associazione Charlotte - associazione culturale per la via pulchritudinis, l'Associazione Sant'Ignazio di Loyola - Pistoia e Alleanza Cattolica

Dio ti chiede: Vuoi diventare uno dei miei?

FONTE ZENIT: http://www.zenit.org/article-35394?l=italian

Dio ti chiede: Vuoi diventare uno dei miei?


Il vero significato del secondo comandamento

Irene Bertoglio
ROMA, Saturday, 2 February 2013 (Zenit.org).
La settimana scorsa il Papa ha twittato: «Molti falsi idoli emergono oggi. Se i cristiani vogliono essere fedeli, non devono avere timore di andare controcorrente».
Il cristiano è colui che si prende carico del nome di Dio. Nel secondo comandamento, spesso banalmente tradotto con la formula «non bestemmiare», Dio dice al suo popolo: «Non ti caricherai (non ti assumerai) del nome di Dio invano». L’uomo è libero di rifiutare la relazione con il suo Creatore, ma se decide di «prendere il nome di Dio», Lui gli rammenta di non farlo vanamente.
Irene Bertoglio
Infatti, Dio conosce bene il cuore dell’uomo e sa che egli può dichiararsi cristiano senza compiere nella giornata nemmeno solo un atto realmente cristiano. C’è un’autenticità che manca dietro a un certo cristianesimo fatto di “cose da fare”, di norme da adempiere, come se certi gesti fossero automatici: andare a Messa, accendere una candela, dire le preghiere...
Agli occhi di Dio non importa se vai a Messa tutte le domeniche, se poi non compi un gesto di carità. Una critica che ci viene mossa, purtroppo tristemente realista, è che esiste una Chiesa di gente che si comporta cristianamente per ‘doverismo’: è una Chiesa che non trascina, che non coinvolge, che non affascina perché - in definitiva - non trasmette l’autentico messaggio cristiano.
Il cristiano che non rende ragione della propria fede, la madre che per convincere i figli ad andare in Chiesa dà risposte non convincenti, non esaustive, non “convenienti” per la vita, sono persone che esternamente paiono impeccabili, ma dov’è il loro rapporto di amore con Dio? Dio ci dice: “ti prendi il Mio nome? Diventi uno dei miei? Che però questo non sia per un formalismo, o un contenitore per tue insicurezze da colmare”.
La vita con Dio non è un elenco da spuntare (la Confessione mensile, la Messa da seguire, ecc.). Quando il giovane ricco si inginocchia di fronte a Gesù, riconoscendo la Sua autorevolezza, si presenta come un uomo che conosce i comandamenti, ma «Gesù, fissandolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va, vendi quanto hai e dà ai poveri, e avrai un tesoro in cielo, e seguimi» (Mc 10,21). È come dire: “stai facendo veramente qualcosa per il tuo cuore o per un formalismo? Non prendere il Mio nome invano. La tua è una fede di opere esterne, ma senza la disponibilità a giocarti totalmente”.
Caricarsi del nome di Dio significa mettersi nella condizione di rischiare la vita per Lui, cosa ben diversa che presentarsi al mondo come cristiani perché si va a Messa tutte le domeniche e così siamo a posto con la nostra coscienza. Quella che Dio ci offre è anche una cartina tornasole per discernere le relazioni d’amore: se l’uomo non è disposto a donare la vita per la donna (non a parole!), allora non è amore autentico.
«Vai e vendi tutto quello che hai»: è una compromissione totalizzante, non esiste tutela economica. Dio ci chiede se siamo disposti a scommettere tutto su di Lui, non solo la nostra facciata da borghese perbene. Compromettersi significa perdere la propria faccia per l’altro. Siamo disposti a rischiare per Dio? Dio ci dice: «Lascia tutto!»: siamo disposti a giocare tutto sulla Sua parola? Padre Renato del convento francescano di Sant’Angelo ha detto: «Dio ragiona così: o tutto o niente, ma in quel “tutto” c’è la tua felicità». Nel compromesso non c’è la felicità, perché è una mezza misura.
Il Papa ha spronato i cristiani ad andare «controcorrente», a scegliere da che parte stare. Il giovane ricco, «udito questo, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni» (Mc 19,22), decidendo di non donare la propria vita. «Io crederei all’esistenza del Salvatore se voi aveste una faccia da Salvati», affermò Nietzsche: beninteso, non una lista di opere da ostentare.
Gesù ricorda a tutti noi, sedicenti cristiani, di non assumerci il Suo nome vanamente, di non farci carico del Suo nome invano. Possiamo comprendere a che livello di profondità Dio desideri porre la Sua amicizia nei nostri confronti.